VIAGGIAMO SULLE ALI DELLA MISERICORDIA

Il nostro intento e' quello di condividere l'amore del Signore e la maternità di Maria che hanno per tutti noi anche attraverso l'organizzazione di pellegrinaggi al santuario dell'Amore Misericordioso e da alcuni anni anche a Medjugorje.



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domenica 12 ottobre 2014

Viva gli sposi

NOI INVITATI ALLE NOZZE.
Matteo (22,1-14).

Noi che Venerdì siamo tornati da Mediugorje,
ci sentiamo invitati con diritto alle nozze,
per incontrare ancora una volta Maria e il
suo Figlio Gesù e con loro sicuramente faremo
festa, una festa piena di gioia di serenità e di pace
come la settima trascorsa in quel luogo di pace.
Il regno di Dio, ci spiega Matteo, è una bella
festa di nozze riuscita.
Vi è già successo?
A me sì, ho partecipato a delle splendide feste
nuziali, dov’era l’amore a far la festa, non la
lunghezza del menu.
Pensate allora alla più bella festa cui avete
partecipato; la presenza di Dio è qualcosa di simile.
Non per niente San Giovanni inizia il suo Vangelo
con una memorabile festa nel villaggio di Cana!
L’incontro con Dio è festa, gioia,
danza, sorriso, bellezza indescrivibile.
Ma allora—scusate—perché molti pensano
alla fede come al più triste dei funerali?
Perché si fatica così tanto a testimoniare
alle persone in cerca di senso che l’incontro
con il Vangelo è un’esperienza straordinaria?
Che bello incontrare Dio!
Ripenso alla mia esperienza e posso dire
con assoluta serenità che la ragione
della mia fede è la gioia.
Io credo, perché non ho incontrato nulla
di più bello, di più gioioso, di più autentico,
di più esigente nella mia vita del Signore Gesù.
La Parola di oggi ci richiama alla gioia, alla festa.
Ascoltandola, provo una fitta al cuore.
Fa tristezza, vedere alle nostre Messe,
persone coi volti tristi, celebrazioni affrettate,
Comunioni date come si danno le carte
quando si gioca a briscola, con parole sbiascicate.
Che tristezza!
Riscopriamo la gioia, ve ne prego,
lasciamo che sia la bellezza di credere,
il senso della festa per l’incontro con Gesù Eucaristia.
Fino a quando daremo testimonianza
di una religiosità tristemente doverosa,
non avvicineremo nessuno alla fede!
Ma, come domenica scorsa, emerge oggi il tema
del rifiuto; paradossalmente davanti alla gioia
dell’essere invitati a nozze accampiamo mille scuse.
Ho da fare, non ho tempo, altre incombenze urgenti,
sono le scuse ricorrenti per non partecipare alle nozze.
Non anteponiamo nulla all’amore di Gesù!
La parabola ci ricorda che la chiamata del Signore
è per tutti, che non sta a noi stendere,
la lista degli invitati, anzi, proprio chi all’apparenza
è distante è invitato alla festa.
Questo dev’essere lo stile delle nostre comunità;
uno stile che si fa accoglienza
verso chi arriva, come fa Dio!
Senza dividere i fedeli col devotimetro.
Davanti a Dio siamo tutti uguali, anzi se fa qualche
eccezione, la fa per gli ultimi, per i più diseredati.
Coraggio, accettiamo sempre l’invito del Signore
con gioia, andiamo alla Cena Pasquale dell’Agnello,
con il sorriso e la gioia di un incontro speciale,
l’incontro col Risorto, accostiamoci alla mensa con
la consapevolezza che Lui è lì vivo e si fa cibo per
nutrire la nostra anima.
Credo che, dopo essere stati ad una bellissima festa
di nozze, come lo sono sempre i nostri pellegrinaggi
a Medjugorje, non possiamo ritornare a casa delusi
o scoraggiati; ma pieni di speranza e di amore,
per continuare il nostro cammino con più serenità,
sicuri di aver ritrovato due amici sinceri;
Gesù e Maria, l’amore e la pace.
Santa Domenica con una preghiera  

per tutti voi da Fausto.   

sabato 11 ottobre 2014

Pellegrinaggio a Medjugorje

Il ritorno da Medjugorje.
Cari amici, la settimana a Medjugorje è stata fantastica,
ancora una volta un’esperienza bellissima, siamo
ritornati euforici per quello che abbiamo vissuto
insieme e per le amicizie che si sono create nel nostro
formidabile gruppo, per questo vi ringrazio ancora
una volta per la vostra disponibilità e per la fiducia
che avete avuto nei miei confronti.
Ci sono stati momenti bellissimi che ci hanno aperto
il cuore alla speranza e rinvigorito la nostra stanca fede,
a volte per colpa dei nostri dolori, delle sofferenze o delle
malattie, abbiamo sentito in questi giorni il Signore e
la Mamma Celeste particolarmente vicini a noi, ho visto
visi tristi illuminarsi nuovamente di una nuova luce,
quella della speranza, quella dell’abbandono nel Signore,
quella della certezza che comunque non sono soli a
portare la loro croce ma è la Mamma a farsi carico
del loro peso per fare meno fatica.
La Madonna non ci ha detto che toglierà le nostre
croci, no, ci ha solo fatto capire che le condivide con noi,
che ci solleverà un pò del loro peso con il suo amore
di Mamma.
Abbiamo fatto esperienze nuove inaspettate che ci
hanno aperto il cuore, condiviso la fatica, il sudore,
il dolore e la preghiera per ritrovarci poi in un fraterno
abbraccio pieno di gioia e di speranza, sicuri che quei
momenti non li dimenticheremo tanto facilmente.
Per finire un bellissimo ricordo per il nostro sacerdote,
il tenero Don Silvio che ci ha accompagnati spiritualmente,
stavo osservandolo un giorno mentre si intratteneva in
conversazione con alcune persone del gruppo e mi sono
detto; ecco cosa intende il nostro Papa Francesco quando
parla della tenerezza di Dio, è quella che riceviamo da
un suo ministro come Don Silvio quando gli parliamo
assieme, in quel momento ci trasmette tutta la tenerezza
del Padre Celeste che ha per tutti noi.
Ringraziamo il Signore per tutto quello che abbiamo
ricevuto, e ringrazio tutti voi amici che avete contribuito
a fare di questo viaggio un momento di fraternità e di gioia,
con tanto affetto vi abbraccio tutti nella speranza di

poterci incontrare ancora una volta, Fausto.  

sabato 4 ottobre 2014

Andiamo a raccogliere i buoni frutti

Il dolore di Dio.
 (Matteo 21,33-43)
Eccoci, amici, pronti a partire per Medjugorje,
perché proprio in quella pietraia?
Perché lì, attraverso Maria il Signore ha piantato una
vigna, la vigna dell’amore, la vigna della pace, la vigna
della gioia, la vigna della salvezza.
Sta a noi andare a raccogliere i frutti buoni della vigna;
attenzione però, non facciamo come i fittavoli cattivi,
che dopo averla avuta in affitto vogliono impadronirsi
dei frutti.
Il dolore di Dio, si sente nel sofferto discorso di Isaia
ripreso da Gesù!
Questo sconcertante racconto è una chiave di lettura della
Storia e della vita.
Anche a me succede di entrare in crisi, specialmente quando
faccio uno scontro frontale con la vita; accade normalmente
quando incontro persone a cui voglio bene o anche amici
incontrati nei pellegrinaggi; mi parlano dei loro problemi,
descrivendo sofferenze degne di un romanzo; persone
rimaste sole dall’infanzia, amori falliti, bambini desiderati
e morti in tenera età, malattie gravi, inganni e
malvagità capaci di rovinare una vita.
In quel momento avverto tutta l’impotenza, la fragilità delle
parole usurate dal tempo e dal pietismo, e sento forte la
domanda del senso; perché, Signore?
Dove trovare una risposta autentica, non sbrigativa?
Davanti al grande dolore del mondo, al non senso dei bambini
che saltano sulle mine antiuomo, agli inquietanti venti di
guerra, ai rumori dei muscoli ostentati e della violenza che
cresce, davanti al grande mistero che è (e resta) in ciascuno
di noi, sento forte l’esigenza di trovare un senso, di avere
delle certezze, una risposta, anche non esplicita.
Certo; qualcuno evita di farsi domande, fugge, semplicemente,
cercando di non rispondere mai.
O si rifugia in concetti e immagini solo all’apparenza
consolanti ma che, in fondo, rivelano tutto il limite del
nostro ragionamento, anche religioso.
Il dolore di Dio, questo mi sconcerta, mi zittisce,
mi riempie e mi inquieta.
Gesù parla; sussurra quasi, lo sguardo abbassato, la voce
rotta dall’emozione; che fare? Che farò?
La storia dell’umanità, ci svela Gesù, è una storia d’amore
in crisi, di un innamorato passionale-Dio-e di una sposa
tiepida e opportunista; l’umanità.
Leggete bene la parabola, per favore; quanta dignità in
questo padrone che prepara con cura e amore la vigna
da dare in affitto; leggete dell’arroganza idiota di questi
fittavoli che pensano-uccidendo il figlio del padrone—di
diventare eredi.
Immagine dell’umanità che non riconosce il proprio
Creatore, il proprio limite, questa tragica parabola è
la sintesi della storia fra Dio e Israele, fra Dio e l’umanità.
L’uomo non riconosce il suo Creatore, si sostituisce a Lui;
ecco il peccato fondamentale, la tragica fragilità dell’uomo;
credere di essere autosufficiente, senza dover rendere
conto, non riconoscere il proprio limite.
Così accade ancora oggi, all’umanità che invece di
orgogliosamente realizzarsi nel dare frutti, pensa a come
fregare il proprietario, che nega l’evidenza, che si crede
onnipotente. Che fare?
Gesù, ora, stenta a parlare, pensa alle sue parole, ai suoi
gesti, alla tanta tenerezza, alla profonda e virile umanità
mostrata negli anni dell’annuncio.
Il problema principale, amici, è che all’uomo un Dio
così proprio non importa, non lo vuole.
Preferiamo un Dio scostante e irritato, forse, onnipotente
e freddo, da placare o convincere. Che fare?
Questo Dio sconsiderato che rischia la vita del figlio,
illudendosi di suscitare rispetto nell’uomo, se non giustizia.
Invece no, anche questo gesto è stravolto, incompreso.
Che fare?
Gesù non sa più cosa dire, ora, aspetta una risposta dai
fittavoli che—ingenuamente—nella durezza del loro
cuore non capiscono che proprio di loro sta parlando.
E inveiscono; morte, punizione, vendetta, maniere forti!
Già, replica il Rabbì, già…Così non sarà, così non avverrà.
Solo l’ultima parte del consiglio si avvererà; ad altri sarà
data la vigna, cioè a noi.
Il Rabbì, invece, non si vendicherà, ma si lascerà
spazzare via piuttosto che usare violenza.
A noi ora, amici.
Questa è la Storia, questa è-oggi come allora-la
morale della favola.
L’uomo si dimentica di essere vignaiolo, di guardare
altrove, si scorda di vivere nella gratitudine il dono
della vita, di scoprire il proprio destino e la propria
chiamata ed è accecato semplicemente dalla
propria violenza e dalla propria arroganza.
A noi—non più fittavoli ma coeredi—il compito di
vivere nella gioia di coltivare la vigna di Dio,
sopportando con pazienza evangelica la violenza
nel nostro e nell’altrui cuore, opponendovi, come
esorta San Paolo: “Tutto quello che è vero, nobile,
giusto, puro e amabile”.
Ecco amici perché dobbiamo andare a Medjugorje,
per raccogliere i frutti e non essere come i cattivi
vignaioli, ma dei buoni fratelli in Cristo Gesù
e condividere con i fratelli che incontriamo, tutto
quanto di bello e di buono abbiamo raccolto.
Buon raccolto e un proficuo
pellegrinaggio a tutti da Fausto. 




mercoledì 1 ottobre 2014

Vengo per aiutarvi

Ci dice la Madonna: “Dio mi ha mandato
tra voi per aiutarvi.
Se Dio conosce ogni cosa e ci ama, allora potremmo
chiederci, dobbiamo avere bisogno di pregare?
Può darci tutto senza il bisogno che noi glielo chiediamo.
Senza voler entrare in teologia, sarà sufficiente dire
che in tutte le reli­gioni, nel Vecchio e nel Nuovo
Testamento, l'uomo viene invitato alla pre­ghiera.
Nei periodi di crisi, viene anche assegnato il compito
speciale di pregare e di digiunare.
La tradizione della Chiesa ci insegna che ci sono state
situa­zioni che sono mutate grazie alla preghiera e al
digiuno della gente. ìl fatto è chiaro.
Siamo invitati a pregare e se diamo alla preghiera
un nuovo tem­po e un nuovo spazio nei nostri cuori
e fra le nostre esigenze fisiche, pos­siamo chiaramente
aspettarci una risposta da parte di Dio.
GIÀ SOLO IL ROSARIO PUÒ FARE I MIRACOLI
NEL  MONDO E NELLA VOSTRA VITA .
Non è la prima volta che sentiamo che le preghiere
possono dare vita a miracoli.
Come dovremmo interpretare la presenza di Maria qui?
Pregare significa essere con Dio: pregare il Rosario
significa realmente essere con Maria e con Gesù
in molte situazioni diverse delle loro vite.
In particolare, ciò significa che quando preghiamo
i Misteri Gaudiosi noi siamo vicini a Maria e Gesù
nei momenti gioiosi delle loro vite.
Vediamo Maria che decide per Dio e dice: "Sia
fatta la Tua Volontà".
La vediamo mentre va in visita ad Elisabetta e le porta
pace e gioia quando prega con lei, ringrazia e loda Dio.
Resta accanto ad Elisabetta e l'aiuta per molti mesi.
Poi la vediamo quando accetta il Bambino Gesù come
madre a Betlemme e in quel mo­mento gli angeli
cantano: "Pace in terra agli uomini di buona volontà.
Lode a Dio nell'alto dei Cieli!".
Porta suo Figlio al Tempio e ringrazia il Signore di
aver mandato il Bambin Gesù nel mondo tramite
Lei e l'anziano Simone che stava pregan­do riconosce
in Gesù il Salvatore.
Riconosce in Lui la Luce del mondo e la Salvezza
della sua nazione.
Poi Maria va a cercare Gesù, Io trova nel Tem­pio
e le sue pene si trasformano in gioia.
Nei Misteri Dolorosi vediamo ancora Gesù che nella
sofferenza dice: "Sia fatta la tua Volontà, Padre mio";
Gesù che perdona al nemico, chiamando il
Suo Apostolo Giuda il suo Amico.
Perdona agli Apostoli che lo avevano abbandonato
addormen­tandosi, tollera la Flagellazione, porta la
Corona di Spine con amore e per­dona ancora.
Poi porta la sua Croce, cade e si rialza per portare a
compi­mento la volontà del Padre.
Sulla Croce muore dopo aver pronunciato le sue
ultime parole: "Padre, perdona loro perché non
sanno quello che fan­no".
A questo seguono gli eventi Gloriosi delle loro esistenze.
Gesù sconfigge la morte e quindi ci porta la pace.
Sconfigge la paura e benedice i suoi Apostoli prima
della sua Ascensione e li invia neI mondo per diffondere
la sua Buona Novella.
Dovranno guarire gli ammalati, do­vranno cacciare
demoni e dovranno annunciare la Buona Novella.
Poi gli Apostoli pregano assieme a Maria e lo
Spirito Santo scende su di loro e ne trasforma i cuori.
Poi, alla fine, dopo aver compiuto la sua vita terrena,
Maria viene portata in Cielo nell'anima e nel corpo e
viene incoronata Re­gina del Cielo e della Terra.
Così, se restiamo con Maria e Gesù ogni giorno e
viviamo davvero assie­me a loro nei nostri momenti
di gioia, di dolore e di gloria, allora le nostre vite
saranno veramente trasformate.
Quando Maria dice: “i miracoli avver­ranno anche
nelle vostre vite”, pensiamo che è già un vero
miracolo per il cuore umano e la vita umana
quando una persona si apre al Padre e dice:
"Sia fatta la tua volontà".
In questo modo, svanisce ogni paura e il cuore
si apre al prossimo, come accadde a Maria
in visita ad Elisabetta.
Quando facciamo visita ed amiamo il nostro
prossimo, in questo modo facciamo lo stesso
anche a Dio, allora ogni ferita e ogni distruzione
scom­parirà dalle nostre vite e da quelle degli altri,
da tutte le famiglie e da tutto il mondo.
Non è forse un miracolo quando una persona
allunga la mano ver­so un'altra con amore?
Ma ciò è possibile quando Dio arriva al cuore
di una persona.
È un miracolo in ogni vita umana quando una
persona dice con amore: "Signore, sono qui.
In gratitudine, io porto la mia vita a te".
Se più persone si comportassero in questo
modo, allora tutti riuscirebbero a vedere la luce,
la Luce Divina che trasforma e in tal modo ognuno
divente­rebbe la Salvezza per l'altro.
Quando perdiamo Dio a causa di qualcosa, nelle
nostre vite si accumula­no sensazioni molto specifiche,
quali la paura, l'aggressività, la tristezza e la
mancanza di uno scopo.
Ma quando poi assieme a Maria, ricominciamo a
cercare e a incontrare Gesù, allora i miracoli
ricominciano e il cuore umano torna a riempirsi
di gioia, pace e ritrova il suo scopo.
Solo allora possiamo ricominciare a vivere delle
vite piene di soddisfazio­ne.
Le sofferenze delle vostre vite sono difficili e restano
un mistero, ma quando ci rivolgiamo a Gesù e anche
durante le nostre sofferenze gli dicia­mo "sì", allora
le nostre ferite verranno guarite, le corone di spine
del male che incombono sul nostro capo verranno
spezzate e sarà possibile per noi portare le croci
di sofferenza degli altri.
Allora saremo in grado di aiutarli e di permetterci
di essere aiutati.
Allora saremo in grado di perdonare anche nelle
situazioni più difficili ed entrere­mo allora nella vita
Gloriosa, nella vita che non può essere sconfitta.
È così che i miracoli avvengono nelle nostre vite.
Maria ha sicuramente ragione quando ci dice che
anche solo col Rosario possono accadere miracoli.
Un saluto amici, non è ancora finita, ma parto per
Medjugorje, allora continuerò dopo il rientro,
intanto se volete da Lunedì ci uniamo in preghiera
e sarà come se anche voi foste con noi in quel luogo
benedetto, perché noi pregheremo per tutti voi.
Un saluto a tutti voi amici da Fausto.

giovedì 25 settembre 2014

Il messaggio della Madonna a Marija

Messaggio da Medjugorje del 25 Settembre 2014.
Cari figli! Anche oggi vi invito perché anche voi
siate come le stelle che con il loro splendore danno
la luce e la bellezza agli altri affinché gioiscano.
Figlioli, siate anche voi splendore, bellezza, gioia
e pace e soprattutto preghiera per tutti coloro che sono
lontani dal mio amore e dall’amore di mio Figlio Gesù.
Figlioli, testimoniate la vostra fede e preghiera nella gioia,
nella gioia della fede che è nei vostri cuori e pregate per
la pace che è dono prezioso di Dio.
Grazie per aver risposto alla mia chiamata. 


domenica 21 settembre 2014

Il Dio giusto

Padrone buono, operai cattivi.
Amare fino a donarsi, amare fino morirne.
L’inquietante festa dell’esaltazione della croce di Gesù,
esaltazione dell’amore, non del dolore,
ci sprona a guardare con maggiore attenzione al
volto di questo Dio che è disposto a morire per
indicare agli uomini la strada della piena realizzazione:
il dono di sé.
Gesù usa ogni strumento, prima dell’ultimo,
definitivo segno dell’ostensione, per convertire il
cuore intorpidito e stordito di noi uomini.
Ama, in particolare, l’uso delle parabole.
Le parabole sono racconti ancorati alla vivida
realtà quotidiana delle persone che Gesù aveva dinnanzi.
Oggi la liturgia ci propone la parabola di quel
padrone che esce a prendere degli operai a giornata per
la sua vigna, scena ancora molto diffusa nei
grandi paesi del Sud Italia.
L’immagine della precarietà più assoluta, della speranza
riposta nell’umore di un padrone che deve scegliere
(in base a cosa? Mah…) chi far lavorare e chi no.
Ma il padrone della parabola di Gesù,
evidentemente, è un tipo strano.
Ha decisamente poco senso degli affari (suoi).
(Molto quello degli altri).
Lo sprecone
Il nostro Dio è un Dio sprecone, che soffre nel vedere
i lavoratori disoccupati alle cinque di sera,
che accetta di prenderli anche quando
sono ormai inutili nel lavoro,
quando la stanchezza e il caldo si fanno
sentire e il ritmo diminuisce,
vedendo la conclusione della giornata avvicinarsi.
Lo fa per dar loro dignità, per offrire loro l’occasione
di avere uno straccio di stipendio e mantenere la famiglia.
Cosa c’è di più umiliante e doloroso, per un padre, per
una madre, di tornare a casa senza pane per i figli?
Lo sa bene il padrone sprecone.
Non fa elemosina, non fa calare dall’alto la sua generosità.
Trova un artificio: fa lavorare per un’ora soltanto anche
gli ultimi operai, una pietosa scusa per farli tornare a
casa con un denaro in tasca.
Dio si occupa di noi, soffre nel vederci spaesati,
perduti come pecore senza pastore.
Dio ci ama, sul serio, ci rispetta nel chiamarci a lavorare
nella sua vigna, non fa pesare la sua posizione.
Questo è il Dio di Gesù: non un concorrente,
non un tiranno, non un lunatico. Ma.
Questione di giustizia
Bella storia, bella parabola, siamo tutti contenti. O quasi.
L’accordo stabilito con gli operai della prima ora è
quello di avere un denaro in cambio del loro lavoro.
Patti chiari, amicizia lunga.
Poi, arriva il momento della paga, e il padrone comincia
a pagare partendo dagli ultimi e da loro un denaro.
Stupore inatteso per chi si vede dare il denaro.
Stupore per quelli della prima ora che, pensano,
sicuramente riceveranno più del pattuito.
E invece non accade; giunto il loro turno,
ricevono anch’essi un denaro.
Malumore, ovvio.
Hanno ragione, in fondo, non è giusto quest’atteggiamento,
occorre protestare educatamente, chiedere almeno due
o tre denari, forse il padrone si è distratto.
Certamente, visto il malumore, chiederanno 
al padrone di più. Macchè.
Chiedono che agli ultimi sia dato di meno.
Forti con i deboli, deboli con i forti.
Dei gran bastardi.
Bastardi dentro
Meno di un denaro.
Un denaro è il guadagno minimo giornaliero per poter
dar da mangiare ad una famiglia ai tempi di Gesù.
Invece di esercitare un legittimo diritto (Dacci di più,
abbiamo lavorato tutto il giorno!), se la prendono con i
deboli: chiedono di dar loro di meno.
Meno di ciò che è indispensabile per vivere.
Terribile.
La rabbia di Dio
Il padrone si urta, e fa bene.
Lui è buono, non sciocco.
È buono e quindi giusto e svela la
malvagità nascosta dei primi operai.
Prima della giustizia c’è la misericordia, sopra il diritto
e il contratto c’è l’attenzione alla sopravvivenza.
Il padrone non ha peli sulla lingua: voi vi nascondete
dietro la giustizia per mascherare la vostra malvagità.
Insisto spesso sulla gratuità di Dio.
Gratuità assoluta, sconcertante, che ne svela la bontà.
Eppure il Vangelo, a leggerlo bene, è tutto un intreccio
di incomprensioni rispetto a questa bontà.
Così è il prologo di Giovanni che ci ricorda che
le tenebre non hanno accolto la luce (Gv 1,11),
o la splendida parabola del figliol prodigo (Lc 15),
in cui i due fratelli, chi in un modo chi nell’altro,
non hanno ancora capito il volto del padre,
uno scambiandolo per un ostacolo alla sua sfrenata
libertà, l’altro nella ristrettezza di un dovere
sopportato a malincuore.
Così è oggi, nell’inquietante parabola dei servi
dell’ultima ora.
Che visione ho di Dio?
Davvero ho scoperto la sua bontà?
Questa bontà mi ha contagiato, sì da riversarsi sui fratelli?
Che paga ci aspettiamo alla fine della giornata lavorativa?
Che visione abbiamo del premio che il Signore ci riserva?
A volte penso che siamo solo capaci di,
proiettare su Dio le nostre piccolezze.
E la logica di Dio assomiglia terribilmente alla nostra
mediocre, rassicurante e grigiastra logica.
Convertirsi alla bontà
Gli operai della prima non hanno capito
con chi hanno a che fare.
Hanno ridotto la loro fede a fatica e sudore.
Peggio: guardano con sospetto gli altri,
quasi concorrenti dei loro privilegi.
Non è così per chi ha colto la luce del Vangelo.
Stupiti, abbagliati dalla bontà del padrone, gioiamo per
la grazia di poter lavorare nella vigna, gioiamo per la
possibilità che altri fratelli anche all’ultimo possano
accogliere la grazia che ci ha trasformati.
La bontà di Dio contagi la nostra vita, in modo da rendere
la nostra giornata lavorativa, sin d’ora, immagine di quella
gioia che il Signore riverserà nei nostri cuori forgiati
dalla fatica dell’amore.
Il nostro Dio, mite e umile di cuore, che vivrà quella
pagina dall’albero della croce accogliendo il buon ladrone,
ci faccia uscire dalle ristrettezze di una fede “sindacale”
per percepire, almeno un poco, quale braciere d’amore
e di bontà è il suo cuore.
Impariamo dal Signore, che è mite e umile di cuore ...